Aniversum

Anikas Welt in Wort & Bild

Lettera d’amore a Napoli

Cara Sirena,

l‘8 marzo marca il giorno in cui ci siamo incontrate per la prima volta. Avevo vent‘anni ed è ormai un decennio che mi richiami. Seguendo il tuo canto, mi hai spesso salvato da me stessa. La decisione di viaggiare da sola per la prima volta non era per niente scontata. Sono convinta che non sarebbe successo se non avesse vinto la forte curiosità e una volontà gigantesca di voler accertarmi che esistessi davvero. Non bastava più che fossi qualche punto su una mappa che conteneva storie che mi avevano profondamente colpita, da Pompeii fino a Gomorra, storie che erano diventate anche le mie. Era l‘inizio di una primavera, quella del 2015, sono arrivata di domenica, e il tassista mi faceva gli auguri per la festa della donna. Il mio sguardo seguiva la sagoma del tuo vicino maestoso, un‘immagine antica sotto cui il traffico si muoveva con la noncuranza di chi non è consapevole a cosa va incontro. È diventato il giorno del nostro anniversario segreto.

Ricordo di essere andata al corso d‘italiano sotto lo sguardo incuriosito degli angeli di Žilda nel Vico di Santa Maria dell‘Aiuto. In città si respirava l‘aria dell‘appocundria, era appena morto Pino Daniele. A scuola abbiamo cantato Napul‘è che poi ho imparato a memoria come se fosse un rito di ammissione per poter iniziare una storia con le parole giuste. Avevo una stanza nel centro storico da un signore anziano che raccontava, con la pazienza di chi è abituato a non essere capito, che veniva da Ischia, “l‘isola dei tedeschi“. Ospitare chi studiava l’italiano era il suo modo per vedere il mondo. Nella stanza accanto c’era un ragazzo tedesco un paio di anni più grande di me che aveva l‘aria di una persona di cui ci si può fidare facilmente e parlava un italiano migliore del mio. Il mio era appena nato e faceva fatica. Esploravamo i quartieri e tu sembravi ferma nel tempo: le botteghe sopravvissute al secolo scorso, gli ascensori che salivano solo con monetine, e le cappelle votive che seguivano i nostri passi con i loro occhi tremolanti. La notte non riuscivo a dormire, frasi italiane invadevano i miei pensieri per ricalibrarli e mi tenevano sveglia. Una delle insegnanti un giorno mi chiese con aria scherzosa: „Non hai paura visto che Napoli è una città così pericolosa?“ E sì, avevo paura, la paura di una ventenne timida che faceva i primi passi per conquistare una lingua che non le apparteneva e dei vicoli che sembravano l‘androne delle case, uno spazio privato, con lenzuola che svolazzavano sopra la mia testa ed emanavano un forte odore di detersivo. Quasi mi sentivo un‘intrusa, ma una che tornava per diventarti amica.

Quando ero fisicamente lontana da te, tornavo a cercarti nei libri, nei film, nelle canzoni. È una condizione con cui non mi sentivo mai sola perché siamo in tanti che ti sognano e hai il talento di trasmettere qualcosa che attraversa i secoli, chissà che cos‘è, non lo voglio nominare, è meglio così. Dal maggio 2017 un musicista che si fa chiamare Liberato, iniziava a pubblicare la colonna sonora dei miei ricordi di te, e i pensieri volavano. Imparavo a conoscerti attraverso gli occhi di tanti scrittori che hanno provato a catturarti, quelli che affermavano che non sei affatto ambientata al mare, quelli che ti lasciavano affogare in un diluvio, quelli che avevi ferito a morte. Poi c‘è chi ha studiato più di due secoli fa nel posto da cui sono partita, che ha scritto che non può essere mai del tutto infelice chi può ritornare col pensiero a te.

L‘ultima volta, ho detto che non riesco a visitare altri luoghi perché ogni volta che posso, preferisco tornare da te. Camminando per le tue strade mi sento protetta. Protetta dalla meraviglia di ripercorrere strade che negli anni dei ritorni sono diventate anche le mie, dalla fiducia di trovare sempre qualcuno che è disposto a mostrarmi la strada giusta da prendere, a volte basta uno sguardo un po‘ smarrito e qualcuno ti viene in soccorso, per arrivare al prossimo mistero che mi sta aspettando in qualche vicolo o sotto terra o sopra i tetti con lo sguardo che riposa sul mare. Dalla soddisfazione di essere, un‘altra volta, nel posto giusto al momento giusto, ed è questa convinzione che placa i sogni ad occhi aperti che mi assalgono durante il resto dell‘anno.

Però rischio di rendermi ridicola chiamandoti il mio rifugio. Tu, che spesso non sogni nulla per i tuoi figli. Penso a quel ragazzo che è stato cacciato via perché la sua accusa, nata per difenderti, era stata letta da troppi. È lui che mi ha insegnato ad amarti con gli occhi dell‘empatia che va oltre ogni confine, quelli di chi crede che meriti di meglio. Penso ai quattro ragazzi che nel solo mese di novembre scorso, il mese che ho passato andando avanti e indietro tra Materdei e Corso Umberto I per studiare e per dimenticarmi delle preoccupazioni tedesche, hanno perso la vita e non sono nemmeno arrivati ai vent‘anni. Ricordo i biglietti lasciati da amici e compagni a pochi passi dalla scuola e il funerale accanto al museo che avevamo visitato e tutto quello che abbiamo passato imbianchisce di fronte alla realtà. Sono capitati al posto sbagliato nel tempo sbagliato, sogni frantumati o nemmeno possibili.

L‘ultima volta che ti ho lasciato, mi hai salutato col cielo coperto. Una nuvola pesante avvolgeva il tuo vicino maestoso che sembrava rassegnato. Facevi finta che fossimo in un film solo per noi. Ho condiviso la tua foto nella chat della scuola: „È proprio la tua città!“, mi hanno scritto ed ero felice perché trovo divertente quel tipo di ricatto emotivo. Sopra Capri spuntava un raggio di sole per addolcire il finale. Camminando sul lungomare con Liberato nelle cuffie ho immaginato come sarebbe stato se io fossi rimasta qui, con te, se il nostro film avesse continuato a scorrere. Sono tornata a sognarti, a leggerti, a osservarti da lontano e a chiedermi quando ci rivedremo. Tu, invece, non ti fai mai questa domanda, stai lì ad aspettare senza fretta, mi hai visto crescere e pian piano prendere un pochino più confidenza con una delle tue lingue, inciampo sempre ma non ti perdo di vista. Dici che non scappi e che sei casa mia, se lo voglio. Forse è una bugia ma una di quelle che si travestono da verità ogni volta che sogno e realtà coincidono per un attimo.

Fino al nostro prossimo capitolo, sognando un altro domani.

Anika

Questa lettera è nata per il concorso “Lettera d’amore a Napoli”, organizzato dalla libreria IoCiSto e dall’associazione culturale AbruzziAMOci ODV. È stata riconosciuta con una menzione speciale da Maurizio de Giovanni. L’iniziativa completa è qui.

Eine Reise nach Bologna

Nach unzähligen Neapel-Aufenthalten stand für mich Anfang des Jahres fest: Ich möchte meine Komfortzone verlassen und etwas Neues in Italien entdecken. Dass die Wahl auf Bologna fiel, war schließlich Lucio Corsis Schuld. Von allen Konzertdaten, die er diesen Sommer geplant hatte, war Bologna für mich das am besten erreichbare Ziel: Mit dem Zug von Leipzig nach München und von dort bis zur Endstation, la stazione di Bolo wie Lucio sagen würde.

Portici in der Via Farini

Bologna zeichnet sich durch endlose, oft aufwändig gestaltete Bogengänge aus, die Portici, die der Stadt ihren unverwechselbaren Charakter verleihen. Am besten lernt man die Stadt auf ziellosen Streifzügen durch das historische Zentrum kennen.

Portici in der Strada Maggiore

Die Bogengänge haben allerlei Geschichten zu erzählen, die windige Studierende an die Säulen gekritzelt haben. Bologna beherbergt die älteste Universität Europas, gegründet im Jahre 1088, und die Studierendenschaft prägt die Stadt sichtbar.

Via Zamboni

Um das Schöne mit dem Praktischen zu verbinden, habe ich zwei Wochen lang jeden Vormittag einen Sprachkurs besucht. Meine täglichen 30 Minuten Fußweg bis zur Sprachschule führten mich über die Via Zamboni, die von den Fakultäten der Universität gesäumt ist, unter eleganten Portici gelegen.

Piazza Maggiore

Ich habe einige Tage gebraucht, um ein Gefühl für die Stadt zu bekommen. Geholfen haben mir die Unternehmungen, die wir von der Sprachschule aus gemacht haben, besonders der Besuch im Rathaus mit imposantem Blick auf die Piazza Maggiore und der Rundgang in der berühmten Biblioteca Salaborsa, die ein architektonisches Juwel ist, haben mir gefallen.

Biblioteca Salaborsa

Auch die Biblioteca dell’Archigennasio steht Salaborsa in nichts nach und beeindruckt durch aufwändige Plastiken sowie Wand- und Deckenmalereien.

Biblioteca dell’Archiginnasio

Neben der Piazza Maggiore ist eine der schönsten Ecken der Altstadt die Piazza Santo Stefano mit ihrer besonderen dreieckigen Form und der gleichnamigen Basilika.

Piazza Santo Stefano und Basilica Santo Stefano

Und nicht fehlen durfte der Blick auf den Canale di Reno – ein beliebtes Fotomotiv, das darüber hinwegtäuscht, dass Bologna, einst Stadt eines verzweigten Kanalsystems, mittlerweile nur noch über zwei Kanäle verfügt, die noch nicht geschlossen wurden.

Finestrella di Via Piella, Canale di Reno

Ein lohnenswerter Ausflug sind die Portici di San Luca, der längste Bogengang der Welt, dessen Aufstieg zur Kirche Santuario della Madonna di San Luca führt.

Portici di San Luca

Auch für sportlich Ungeübte ist der Pilgerweg gut schaffbar und bietet eine tolle Sicht auf die Stadt. San Luca war, wahrscheinlich wenig überraschend, meine Lieblingsattraktion in Bologna.

Santuario della Madonna di San Luca und Blick auf Bolognas Hügel

Bologna ist für Mortadella, Tortellini und Tortolloni, Tagliatelle al ragù und jede Menge schwer Verdauliches bekannt, das für mich als überwiegend pflanzenbasierte Vegetarierin nicht in Frage kam. Gleichzeitig ist die Stadt progressiv und bietet allerlei vegetarische, vegane und biologisch-regionale Alternativen, wenn man bereit ist, nach ihnen zu suchen. Getestet habe ich das Botanica Lab, ganz in der Nähe der Piazza Maggiore, sowie das Bistrot Zem, in dem ich die vegane Variante der im Original mit Fleisch gefüllten Tortellini probieren konnte. Ein unerwartetes Highlight war die Crostata mit Erdbeerfüllung.

Tortellini und Crostata

Mein Sprachkurs hat leider gemischte Gefühle ausgelöst. In der ersten Woche gab es keine Gruppe für mein Sprachlevel und ich fühlte mich in meiner B2-Gruppe, die zeitweise aus 10 Personen unterschiedlichster Niveaus bestand, unterfordert. Zweifel kamen auf, ob es sich auf einem höheren Niveau überhaupt lohnt, eine Sprachschule zu besuchen. In der zweiten Woche kam glücklicherweise eine Gruppe für das C1-Level zustande. In jedem Fall bin ich nun dafür sensibilisiert, im Vorfeld eine genauere Einschätzung meines Levels einzufordern, anstatt mich zu wohlwollend auf die Kompetenzen der Sprachschule(n) zu verlassen.

Via dell’Inferno, der Weg der Hölle

Dass ich mir die Stadt nur langsam erschlossen habe, lag auch an der unglaublichen Hitze, die seit meiner Ankunft herrschte. Kaum ein Tag unter 30 und eine Nacht unter 25 Grad. Besonders in meiner zweiten Woche wurden wir von über 35 Grad heimgesucht. Erleichterung verschafften nur Klimaanlage und – sofern es ging – eine Verlagerung der Aktivitäten in die Abendstunden, um nicht in der Sonne zu braten. Ständiges Schwitzen war an der Tagesordnung. Man könnte meinen, das sei normal und erwartbar im italienischen Sommer, aber weit gefehlt, denn Juni ist noch keine Hochsommerzeit. Die Temperaturen lagen rund 10 Grad über dem Durchschnitt, der für diese Zeit üblich ist, Bologna wurde Rekordhitze attestiert, eine Folge des fortschreitenden Klimawandels. Wie wird es sich in den nächsten Jahren, geschweige denn Jahrzehnten, damit leben? Eine Frage, die man kaum zu stellen wagt.

Begegnung mit einem Liedtext von Lucio Corsi in San Luca
„Sich in einer Großstadt allein zu fühlen, schmerzt mehr als in meiner Gegend…“

In Woche 2 stand endlich das Highlight an, das der Hauptanlass meiner Reise war: Das Konzert von Lucio Corsi im Sequoie Music Park. Über zwei Stunden Live-Musik bei bester Outdoor-Akustik. In bewährter Manier hat Lucio auf der Bühne alles gegeben, hat gesungen, Gitarre, Keyboard, Mundharmonika gespielt, sich in die Menge geworfen – und ich war stolz, dass ich mitsingen konnte.

Beweisfotos vom Konzert

Lucio ist Musiker mit Leib und Seele, einer, der nicht nur seine Fans in den Bann ziehen kann. Obwohl ich alleine da war, habe ich mich in guter Gesellschaft gefühlt. Meine Erfahrung habe ich hinterher im Chat des Fanclubs geteilt und die positive Resonanz hat mich glücklich gestimmt.

Mein Konzerterlebnis im Fanclub-Chat

Während meines Aufenthaltes konnte ich mich kaum von meinem Laster befreien, alles in Bologna mit Neapel zu vergleichen. Man möge es mir nachsehen. Im Sprachkurs haben wir die Pausen stets in einer Bar verbracht, in der ich mein bewährtes Kaffee- und Pistazien-Cornetto-Ritual fortführen konnte. Im Gegensatz zum neapolitanischen Cornetto al pistacchio war das bolognesische Cornetto kleiner, trockener, teurer. 1:0 für Neapel, aber immerhin ist die Creme-Füllung identisch. Nach wenigen Tagen war ich im Sprachkurs diejenige, deren Lieblingsort in Bologna Neapel ist – und ich hatte keine Einwände.

Cornetto al pistacchio

Der so offensichtliche Unterschied in der Stadtbildpflege zwischen Bologna und Neapel hat mich nachdenklich gestimmt. Bologna wirkt wie eine Vorzeigestadt, die Portici sind nahezu makellos gepflegt, an vielen Palazzi hängen Informationstafeln zu ihrer Historie. Überquellende Müllcontainer sind inexistent und das Stadtbild erfüllt alle Vorstellungen einer italienischen Stadt, die man mit dem Begriff malerisch in Verbindung bringen würde. Welch einen Unterschied es macht, wenn die Stadtverwaltung mit Geld ausgestattet ist und so funktioniert, dass sie ihren Bürgern zugute kommt.

Altstadt

Es war nicht schwer, in Bologna tatsächlich Neapel zu finden. Bologna ist eine Stadt der Zugezogenen, wie mir auch Paola, meine Gastgeberin erzählte. Unzählige Einwohner kommen usprünglich aus dem Süden und sind arbeitsbedingt geblieben. Auf dem BOtanique Festival habe ich zwei neapolitanische Bands kennengelernt, die ich vorher nur oberflächlich kannte: 99 Posse und La Maschera. Besonders letztere hat mich verzaubert und mir unerwarteterweise das schönste Konzert beschert. Nach Konzertende stimmten viele Fans die Hymne des SSC Neapel an, der vor kurzem zum vierten Mal die italienische Fußballmeisterschaft gewonnen hat. Ein besonderer Moment, der mich mit dem Gefühl erfüllt hat, dass Neapel wirklich überall ist. Im Übrigen kostet das Ticket für das BOtanique Festival nur 10 Euro und man kann damit über den ganzen Sommer Konzerte vieler verschiedener Bands besuchen. Eine tolle Entdeckung!

La Maschera

Hitzebedingt habe ich nicht in alle Museen besucht, die ich mir vorgenommen hatte, doch war mit meiner Auswahl letztlich zufrieden. Das Museum zur Stadtgeschichte im Palazzo Pepoli erzählt multimedial die wichtigsten Stationen von der Stadtgründung bis heute. Bologna war ursprünglich eine Siedlung der Etrusker. Im Mittelalter hatte die Stadt rund hundert Türme, die sich adlige Familien als Prestigeobjekte bauen ließen. Die meisten davon fielen nicht nur einer städtebaulichen Neuplanung zum Opfer, sondern auch zahlreichen Erdbeben. Bis heute gelten der Torre degli Asinelli und der Torre della Garisenda als Wahrzeichen der Stadt, sind aber wegen Einsturzgefahr nicht begehbar und werden aktuell abgesichert.

Garisenda und Asinelli

Ein kurioses Museum ist außerdem im Palazzo Poggi beheimatet, das zahlreiche wissenschaftliche Sammlungen umfasst, von historischen Karten und Schiffsmodellen, über alte handbemalte Bücher, …

Palazzo Poggi I

… präparierte Tiere, botanische Drucke, Modelle von Organen und menschlichen Körpern und vielem mehr.

Palazzo Poggi II

Bologna war voller Höhen und Tiefen, doch ich habe das Beste herausgeholt. In der Abendsonne hat sich die Altstadt von ihrer schönsten Seite gezeigt und die Bogengänge haben ihre ganze Magie entfaltet.

In der Abendsonne

Auf drei Konzerten konnte ich immerhin temporär meinen Traum verwirklichen, mein Leben auf Konzerten in Italien zu verbringen. Meine Unterkunft war eine gute Wahl und ich habe mich dort wie Zuhause gefühlt. Die klimawandelbedingte Hitze und die Nord-Süd-Unterschiede, die mir zwischen Bologna und Neapel aufgefallen sind, werden mich auch weiterhin gedanklich beschäftigen. Aus meiner durchwachsenen Sprachschulerfahrung nehme ich mit, dass ich mich weniger unterschätzen sollte und bestimmter auftreten darf. Ich kann viel mehr, als ich mir oft zutraue, und vor allem habe ich mir (wieder) gezeigt, dass ich mit mir selbst eine gute Zeit verbringen kann. Ciao Bolo!

La conchiglia

Camminava lungo la spiaggia in cerca di una melodia. Le onde si riversavano e si ritiravano sulla sabbia. Sembravano il respiro di un gigante che cambiava forma. Ogni tanto raccoglieva una conchiglia e la teneva all’orecchio, per sentire se ci fosse una canzone dentro. Niente. Il vento continuava a giocare con le onde, che rubavano le orme che aveva lasciato. Prese un’altra conchiglia, una particolarmente bella, con linee arancioni e curve armoniose. Pareva il lavoro di un artigiano che aveva dedicato la vita alla creazione di queste strane forme.

Quando era piccolo, sua madre gli raccontava delle fiabe. Quelle che parlavano del mare erano le sue preferite. Sembravano mondi paralleli abitati da creature favolose, creature che inseguivano piani segreti, provenendo dal punto più profondo dell’oceano, dove i regoli degli uomini non si applicavano.

Lei diceva:
— Ogni giorno, sulle spiagge, avviene un baratto tra l’uomo e il mare. Le onde ci lasciano conchiglie in cambio delle orme. Le conchiglie sono state fatte a mano da un uomo sull’Isola d’Elba e le ha dipinte una donna…

Però era solo una storia, una delle leggende del suo paese che, con il passare degli anni, aveva perso la sua magia. Pensava che le conchiglie custodissero i loro segreti e non li lasciassero sentire a chi vive solo nella dimensione della ragione. Camminando vide una barca, ancorata vicino alla riva. Galleggiava quasi immobile, come se stesse aspettando qualcuno. C’era un uomo anziano a bordo, con la pelle bruciata dal sole e uno sguardo che sembrava conoscere il fondo delle cose.

Il ragazzo si avvicinò alla barca. Sul fianco, in lettere sbiadite, c’era scritto: Surprise.

L’uomo lo fissò e disse, brusco:
— Che c’hai? Hai visto un fantasma?
— Ah, no — rispose il ragazzo. — È solo che… sono affascinato dalla barca. E dal mestiere. Diventano sempre meno i pescatori di una volta…

L’uomo alzò un sopracciglio.
— Io non sono un pescatore. I pesci sono miei amici, da sempre. In realtà faccio le conchiglie. Vedi queste?

Prese una cassetta piena di gusci bianchi, tutti uguali.
— Modello standard. Due mesi per una. Tre, se c’è vento contrario. È un lavoro faticoso. Estenuante.

— Wow, che bel mestiere… — disse il ragazzo, sincero.

Il vecchio scosse la testa.
— Bah! Alla fine viene solo disgusto. Odio, perfino. Butto tutto in mare. E finisce lì.

Il ragazzo rimase in silenzio. Poi l’uomo aggiunse, con voce più dolce:
— Ce n’era una, sull’isola del Giglio. Le dipingeva, sai? Tutte diverse, tutte strane. Poi un giorno ha detto che voleva fare qualcos’altro da grande.

— Da grande! Che strano modo di dire… come se ci fosse un momento preciso in cui si diventa qualcosa. Ora cosa fa?

— Ora suona l’arpa dalla mattina alla sera. E non chiede più nulla a nessuno.

Il ragazzo rise piano. Ma chi erano, questi pazzi? Che non facevano niente di utile?

Il vecchio lo guardò serio.
— E tu? Cosa vuoi fare da grande?

Il ragazzo esitò.
— Ma che domanda stupida… Sono già grande. Solo che… non ho ancora trovato la mia strada.

L’uomo alzò le spalle, con un’espressione amara.
— Non esistono strade giuste. Solo punti di partenza. Uno dopo l’altro.

Il ragazzo si sentì spiazzato. Quel vecchio non sapeva niente di lui, delle sue battaglie, del suo tempo che scivolava via. Ma l’uomo colse il suo sguardo smarrito e disse:
— Tu cosa cerchi? Ti ho visto guardare la sabbia come se ci fosse scritto qualcosa.

Il ragazzo arrossì.
— Ah, niente di particolare… — poi prese coraggio — Cercavo solo delle conchiglie che contengono canzoni.

Il vecchio sorrise.
— Ah, quelle. Servono orecchie speciali.

Continuò a camminare sulla spiaggia, con una nuova leggerezza. Le mani trasparenti delle onde continuavano a prendersi le orme, cancellando i suoi passi. Raccolse un’altra conchiglia, grande, a spirale, simile al guscio di una lumaca di mare che aveva abbandonato la sua casa. La portò all’orecchio. Per un attimo, sentì un sussurro. Era la voce della donna che le aveva dipinte? Sorrise e poi corse verso casa, le scarpe in mano e la sabbia fra le dita. Non sapeva ancora cosa volesse fare da grande — ma sapeva che aveva una canzone da scrivere. E una voce che lo guidava, sussurrandogli di portarla lontano, di farla arrivare in tanti porti.

— ispirato dalla canzone Cosa faremo da grandi? di Lucio Corsi

Frosch im Haus

Es war irgendwann im Sommer: Mein Vater hat einen Frosch auf der Hand. Jeden Tag sind wir draußen im Schrebergarten, unserem Wohnzimmer im Freien, ein paar abgezäunte Quadratmeter, auf denen die Natur uns gehört und wir ihr. Rundherum andere Kleinstaaten: Links der stets griesgrämige Nachbar, der sich über den Rasenmäher zur falschen Uhrzeit beschwert, rechts das gutmütige alte Ehepaar, das mit uns den selbstgebackenen Kuchen teilt, hinter uns ein unbekanntes Territorium, vor dem uns Hecken und Rabatten schützen. Vor uns ein riesiges Feld, weitläufiges Nichts, das im Winter brach liegt, und im Sommer von Raps, Weizen oder Mais bevölkert wird und unser Städtchen an den Horizont verbannt.

Mein Vater hat einen Frosch auf der Hand. Er hat ihn im Gebüsch gefunden, hinter der Laube, dort, wo unser Garten an das unbekannte Territorium grenzt. Er ist klein, ungefähr fingerkuppengroß, seine Haut runzlig und ebenmäßig braun, die Kehle wippt in einem fort auf und ab wie ein Herzschlag, der der Welt gehört. Ich habe noch nie so nah einen Frosch gesehen. Reglos sitzt er auf der Hand meines Vaters, als wäre dies der Moment, auf den wir alle gewartet haben. Er ist wunderschön und ich möchte ihn nicht gehen lassen – er ist unser Frosch. Mein Vater baut ihm eine Hütte aus vier Holzwänden, deckt sie mit einer Plexiglasplatte ab, in die wir Löcher bohren, damit Yoshi atmen kann. Auf die Ecken lege ich jeweils einen Stein, damit Yoshis Plastikhimmel nicht fortfliegen kann. Was, wenn ein Vogel käme und ihn auffräße? Nicht auszudenken. Yoshi verdient das beste Leben von allen. Wir stellen sein Häuschen gegenüber meiner Schaukel auf, auf einem verwaisten Beet. Die Holzwände befestigen wir sicher in der Erde. Was braucht ein Frosch? Wasser! Natürlich. Er soll einen ganzen Pool bekommen. Von zu Hause nehme ich eine Plastikdose mit in den Garten. Ich buddele sie soweit ein, dass nur ein winziger Rand aus der Erde ragt. Wir befüllen sie mit Wasser. Neben den Pool stecke ich ein kleines auffaltbares pinkes Schirmchen in die Erde. Yoshi hat jetzt ein Luxus-Leben. Auf das Cocktail-Schirmchen, das ich von irgendeiner Feier mitgenommen habe, bin ich besonders stolz. Dazu noch ein Näpfchen mit Froschsalat. Wir schauen jeden Tag, wie es Yoshi geht. Wenn es regnet, bin ich besonders nervös. Wenn der Wind sein Unwesen treibt, auch. Ist Yoshi noch sicher unter seinem Plastikhimmel? Tag für Tag sitzt er in der Ecke seiner Holzhütte mit dem gleichen stoischen Ausdruck wie am Tag, als er auf der Hand meines Vaters saß.

Eines Tages, vielleicht nach zwei Wochen, lastet der Plastikhimmel unverändert auf den Holzwänden, nichts scheint verrückt worden zu sein. Der Pool lungert verwaist in seiner Erdgrube, das pinke Schirmchen hält tapfer die Stellung. Von Yoshi keine Spur. Hat er sich einen Fluchttunnel gegraben? Doch nichts dergleichen ist zu sehen. Ist das Plexidach einen Moment lang weggeflogen? Ich stelle mir vor, wie Yoshi schutzlos in seinen vier Wänden sitzt. Kurz darauf entdeckt ihn ein Vogel, der ihn entführt und unwiederbringlich seinem kleinen Reich entreißt. Ich finde keine Erklärung. Yoshi ist weg und der Platz, der ihm gehörte, leer. Ich sage mir, dass es vielleicht so kommen musste und er es jetzt besser hat. Wer ist schon gern dauerhaft in einer Luxus-Suite eingesperrt? Eigener Pool mit Schirmchen hin oder her, ein Froschleben ist zwar klein, aber so ganz allein auch kein Hauptgewinn. Ob Yoshi sich manchmal einsam gefühlt hat, obwohl wir ihn jeden Tag besucht haben? Vielleicht hat er den Pool sogar gehasst und das Schirmchen verflucht. Ich frage mich, was Yoshi jetzt wohl macht, zum Beispiel, ob er so klein geblieben ist, wie er an dem Tag war, als er auf der Hand meines Vaters saß. Vielleicht hat er sich verwandelt und ist zu einer stattlichen Kröte geworden. Irgendwo da draußen springt ein brauner Frosch durchs Gebüsch, der zwei Wochen lang mir gehörte und dann wieder der Welt.

Sognare le ali

Quando ero piccola pensavo che fosse possibile farsi crescere le ali. Ero convinta che qualsiasi sogno potesse realizzarsi e che crescere significasse ottenere ogni superpotere desiderato. All’epoca ero ossessionata dagli animali, in particolare mi piacevano gli uccelli, soprattutto le aquile, i falchi e le civette. Dondolavo per ore e ore sulla mia altalena nell’orto della mia famiglia. Nessuno sapeva che in realtà mi stavo allenando per il volo, anche se solo nella mia immaginazione. Per me gli uccelli erano le creature più maestose del pianeta e ovviamente volevo diventare una di loro. Se da piccola avessi avuto le ali, sarei volata dall’altra parte del mondo. Invece ero rimasta a dondolare sulla mia altalena. Crescendo non sono diventata né un’aquila né mi sono cresciute le ali. Però ancora oggi sono affascinata dal volo e dagli uccelli.

Qualche settimana fa ho trovato un piccione che non riusciva più a volare. Non ero sicura se avesse bisogno di aiuto o se si potesse riprendere da solo. Poi ho pensato che fosse meglio agire invece di non fare niente. Immaginavo che non fosse in grado di difendersi se fossero arrivati un cane o un gatto. Sono corsa a casa per prendere una scatola e sono tornata al posto dove avevo trovato il piccione. Si era rannicchiato in un angolo e sembrava privo di forze. L‘ho preso con cura e l‘ho messo nella scatola. Nel frattempo avevo già contattato i volontari della Stadttaubenhilfe Leipzig (associazione che aiuta i piccioni) che poi hanno portato il mio piccione dalla veterinaria. Mi hanno detto che avevo reagito correttamente. Dall‘esame è emerso che il piccione non stava affatto bene. Uno dei volontari ha portato il piccione in una voliera dell‘associazione, dove vengono curati anche altri piccioni malati. Dopo alcuni giorni in cui non era chiaro se il piccione sarebbe sopravvissuto, ho ricevuto la notizia: si è ripreso e sarà presto rilasciato. Se non avessi prestato attenzione quel giorno, sicuramente non ce l‘avrebbe fatta.

Dopo questa storia ho pensato che non fosse poi così male avere le mani al posto delle ali. Mi sono unita all‘associazione che si prende cura dei piccioni in città e così, da adulta, ho ritrovato la mia passione per gli uccelli, soprattutto per quelli che vengono particolarmente trascurati. Credo che valga la pena salvare ogni vita, non importa quanto sia piccola.

Sono ovunque, a Lipsia come a Napoli. Quando mi vedi, sii gentile. Sono un animale domestico abbandonato, e la vita per strada non è facile.

Esperimenti della lingua italiana

A vent’anni ho intrapreso un percorso che considero la scelta più felice della mia vita: l’adozione della lingua italiana. Negli anni, una parola dopo l’altra, ho potuto avvicinarmi sempre di più alla letteratura e alla scrittura. Sono nati — e continuano a nascere — testi imperfetti in una lingua che non mi appartiene, ma che mi ha sempre ispirato a crescere e a sognare. Nella categoria „it“ raccolgo alcuni esperimenti che considero riusciti, semplicemente perché contengono un pezzettino del mio cuore. Buona lettura!

Leipziger Stadttaubenhilfe: Engagement für verwilderte Haustiere

Gegenüber der S-Bahn-Station am Bayrischen Bahnhof herrscht reges Flattern. Zwei dunkelgrüne übereinandergestapelte Schiffscontainer lassen kaum erahnen, was sich im Inneren befindet: auf der oberen Etage ein umgebautes „Taubenloft“, das mittlerweile voll ausgelastet ist und 180 Tauben ein Zuhause bietet; auf der unteren Etage ein Lagerraum voller Utensilien, die für die Versorgung der Vögel und die Pflege des Taubenschlages gebraucht werden. Gesponsert wurde der Schlag von der Deutschen Bahn, die damit die Tauben aus der unterirdischen S-Bahn-Station direkt nebenan herauslocken möchte. Loris kam unkompliziert per Instagram-Nachricht zu seinem neuen Ehrenamt und hilft jede Woche am Bayrischen Bahnhof aus. „Ich mag Tauben. Ich sehe die häufig in der Stadt und habe mich gefragt, ob man denen helfen kann.“ Kommen Tauben nicht alleine klar? Ich frage ihn wie andere auf seine neue Freizeitbeschäftigung reagieren. Er winkt ab: „Negative Kommentare gab es bis jetzt noch keine. Viele sind fasziniert und fragen, was man da überhaupt macht.“

Tauben am Schlag des Bayrischen Bahnhofs

Ehrenamtliche packen an

Die Leipziger Stadttaubenhilfe hat es sich zur Aufgabe gemacht, die gefiederten Stadtbewohner artgerecht zu versorgen, bei Notfällen tiermedizinische Hilfe zu vermitteln und über die Lebenssituation von Tauben aufzuklären. Im Stadtgebiet verteilt betreut der Verein insgesamt drei Taubenschläge. Dort bekommen die Vögel artgerechtes Körner-Futter, eine sichere Nist- und Rückzugsmöglichkeit. Frisch gelegte Eier tauschen die Ehrenamtlichen gegen Gips-Attrappen aus, um sowohl die Population in Grenzen zu halten als auch künftiges Taubenleid zu verringern. Die Stadttaubenhilfe folgt damit dem sogenannten Augsburger Modell, das sich deutschlandweit als Erfolgskonzept etabliert. Es setzt auf betreute Taubenschläge, die an Hotspots wie Bahnhöfen, an denen viele Tauben brüten, aufgestellt werden. Besonders der größte Taubenschlag am Bayrischen Bahnhof setzt dieses Modell konsequent um. Henrike, die zum Vorstand der Stadttaubenhilfe gehört, gibt mir nähere Einblicke in die Vereinsarbeit. 2013 begann eine Handvoll Engagierter aus dem Tierschutz sich in Leipzig für Stadttauben einzusetzen, inspiriert von den bereits bestehenden Stadttaubenhilfe-Vereinen in Berlin und Hamburg. Erst 2019 sei die Gründung als Verein erfolgt. Alles läuft spendenbasiert und rein ehrenamtlich. Henrike erzählt, dass sie selbst in der Corona-Zeit zur Stadttaubenhilfe gekommen sei: „Damals gab es diese Artikel im Internet, dass die Tauben durch den Lockdown in der Stadt nichts mehr zu fressen finden und verhungern. Da wollte ich etwas tun.“

Tauben brauchen Schutz

Die heutigen Stadttauben sind die Nachfahren von Haus- und Brieftauben, die früher für ihr Fleisch, ihre Eier und ihre Funktion als verlässliche Postboten geschätzt und gezüchtet wurden. Mit dem Verlust ihrer Nützlichkeit schwand ihr positives Image. Ihre Nachkommen verkamen zu Störenfrieden, die um Futter betteln und im Verdacht stehen, Krankheiten zu übertragen und mit ihrem Kot Hausfassaden zu zersetzen. Dabei werden die Schäden, die man ihnen nachsagt, in jeder Hinsicht massiv überschätzt. Futtermangel, falsche Ernährung durch Angewiesensein auf Essensreste und Verletzungsrisiken durch herumliegenden Müll setzen ihnen in der Stadt zu. Um ein artgerechtes, langes Leben führen zu können, brauchen sie die Unterstützung der menschlichen Stadtgesellschaft. Ich laufe ein paar Mal im Tauben-Container mit und kenne schon bald die Routine: Eier tauschen, Wassertränken erneuern, Kot entfernen, neues Streu verteilen, Futter-Raufen befüllen, schauen, ob es den Tauben gut geht. Ein Taubenschlag an einem belebten Knotenpunkt zieht auch viele neugierige Blicke auf sich. „Ich ekel mich ja schon vor denen…“, meint eine Passantin nachdem ich ihr erkläre, dass hier Stadttauben versorgt werden. Die Abneigung gegen die gefiederten Stadtbewohner sitzt bei vielen tief. Warum eigentlich? „Kennt man ja so, die Ratten der Lüfte“, antwortet sie schlicht.

Rege Rückkehr nach Saubermachen des Schlages

Stadtverwaltung als Herausforderung

Anhaltendes Konfliktthema ist für die Stadttaubenhilfe die fehlende Kooperation mit der Stadt Leipzig. Dazu Henrike: „Die Stadt behauptet, es gäbe kein Taubenproblem. Dabei ist der Taubensport und die -züchtung erlaubt, wodurch noch mehr Tauben in die Stadt kommen.“ Auf eine Anfrage der Linkspartei an die Stadt Leipzig zum Umgang mit Stadttauben antwortet das Ordnungsamt, dass der Stadttaubenhilfe-Verein bekannt sei und begrüßt werde, aber keine finanzielle Unterstützung erhalte. Die Fachförderrichtlinie zur Unterstützung von Tierschutzarbeit in Sachsen gelte hauptsächlich für Heimtiere, worunter Stadttauben per Definition nicht fallen. Da sie durch ihre Abstammung von Haustieren aber auch nicht als Wild- und Fundtiere betrachtet werden können, sieht sich die Stadt nicht in der Verantwortung, finanzielle Hilfen beizusteuern. Als verwilderte Haustiere leben Tauben in einer Grauzone. Henrike merkt an, dass vonseiten der Stadt das Veterinäramt zumindest bei Impfaktionen unterstütze, auch wenn die Expertise der Ehrenamtlichen dort bisher nicht ernstgenommen werde. Langfristiges Ziel sei es, „die Stadt zu knacken“: „Wir wollen erreichen, dass sie einsieht, dass es ihre Verpflichtung ist, sich um die Tauben zu kümmern, aber auch zu ihrem Vorteil — und dafür kann unser Erfahrungsschatz genutzt werden.“ Optimistisch stimmt Henrike die zunehmende Bekanntheit des Vereins, bedingt durch Infostände, Präsenz auf Social Media und ein zunehmendes mediales Interesse. Hoffnung machen die zahlreichen privaten Spender und ein wachsendes Team an Ehrenamtlichen, denen es am Herzen liegt, sich für ein würdiges Stadttaubenleben einzusetzen — aller Herausforderungen zum Trotz.

[Diese Reportage ist im Rahmen eines Seminars entstanden.]

Auf zum Konzert: Liberato in Berlin

Kennst du das? Dein Musikgeschmack ist so besonders und herausragend, dass du weit und breit die einzige Person bist, die ihn abfeiert. Na gut, passiert nicht jedem, aber mir oft. Kürzlich bin ich also allein zum Konzert von Liberato nach Berlin gereist. Ich war zwar schon früher allein auf Konzerten, aber lockdownbedingt war das gefühlt ein halbes Leben her. Zum Glück stellte sich meine super dramatische Aufregung, die ich im Gepäck hatte, ganz schnell als unbegründet heraus, als ich wahrscheinlich als einziger deutscher Fan vor der Bühne zwischen einer Menge zugereister und nach Berlin ausgewanderter Italiener*innen auf den Musik-Act wartete, der wohl als einer der mysteriösesten in ganz Europa bezeichnet werden kann — und als einer der spannendsten in der italienischen Musikszene sowieso. In der ist Liberato das, was Elena Ferrante für die italienische Literatur ist: ein Phantom, das die neapolitanische Kulturlandschaft weit über ihre Lokalgrenzen hinaus bereichert.

Liberato auf der Bühne im Kesselhaus Berlin, Beweisfoto Nr. 1

Liberatos Liedtexte sind größtenteils auf Neapolitanisch, der Sprache in und um Neapel. Er greift die Tradition der neapolitanischen Lieder aus dem 20. Jahrhundert auf, kleidet sie in neue, moderne Melodien, huldigt der Stadt am Vesuv, ihrem Fußballclub, ihren Vierteln und Plätzen, der Liebe. Liberato schafft es, klanglich und ästhetisch ein Neapel zu inszenieren, das sein negatives Image hinter sich lässt und im 21. Jahrhundert wieder das Zeug zum Sehnsuchtsort Nummer 1 hat. Das erste Lied Nove Maggio erschien 2017 auf Youtube, wie aus dem Nichts tauchte der Sänger ohne Gesicht in den Sozialen Medien auf. Seitdem ist der 9. Mai für Liberato-Fans das, was für Verliebte der 14. Februar ist: Der Tag, an dem man von seinem Liebsten Zuwendung erwartet — in diesem Fall in Form neuer Musik, versteht sich.

Um Liberatos Identität, die auf der Bühne akribisch maskiert wird, ranken sich so viele Mythen wie es in Neapel Legenden gibt und sie tragen entscheidend zum Charme des Projektes bei. Im italienischen Web kursieren allerlei Namen und bekannte Künstler, die hinter Liberato vermutet werden, immer wieder wird investigativjournalistisch versucht, das Gesicht hinter der Maske zu entlarven. Keine ist wahrscheinlich so romantisch und außergewöhnlich wie jene, dass es sich um einen jungen Mann handeln könnte, der im Jugendgefängnis auf der winzigen Insel Nisida im Golf von Neapel einsitzt und sich durch seine Musik rehabilitiert. Eingefleischte Fans verteidigen natürlich Liberatos Anonymität, denn sonst wäre die Magie dahin. In jedem Fall haben die Personen, die das Projekt erschaffen haben, sehr gut verstanden, dass Anonymität ein zauberhaftes Marketing-Instrument sein kann, vor allem auch ein praktisches, wenn dahinter Personen stecken, die die Musik für sich sprechen lassen und den Personenkult, der in Musik-Fan-Kreisen gang und gäbe ist, ein Schnippchen schlagen möchten.

Dass es jemals eine Tour geben könnte, die Berlin, Paris und London umspannt, war Anfang des Jahres eine Überraschung, die meine Vermutung bestärkt hat: Hier geht es nicht nur um rein neapolitanische Lokal-Folklore, sondern um ein pan-europäisches Statement, das verschiedene Genres, Epochen, Ästhetiken und Sprachen zusammenbringt, ohne seinen Fokus zu verlieren. Nicht umsonst sind die Lieder mit englischen, spanischen, französischen Phrasen gespickt. Trotzdem: Neapel liebt Liberato, so sehr, dass vielen Fans der Weg von 1700 km gen Norden nach Berlin nicht zu weit war.

Der Fanclub hat die schönen Fotos, ich nur Beweisfotos.

Zum Glück gibt es keine Vorband und mit reichlich einer halben Stunde Verspätung tritt Liberato mitsamt seiner zwei musikalischen Supporter auf die Bühne, alle wie gewohnt in schwarzem Look und komplett vermummt. Die Luft ist stickig heiß, der Bass wummert, die Lichtshow reißt alle mit. Ich singe in meinem Anfänger-Neapolitanisch, das akustisch unter dem Gesang der echten Neapolitaner*innen glücklicherweise untergeht. Auch wenn ich (noch) nicht jedes einzelne Wort verstehe, fühle ich es zu 100%: ‚Nnammurato for the first time, na, na, na, na… Dass ich alleine da bin, ist völlig uninteressant, im Gegenteil, ich genieße die Unabhängigkeit, mich frei bewegen zu können und so zu tanzen, wie ich es nur tue, wenn ich wirklich niemanden kenne. Ohnehin fühle ich mich in meinem Liberato-Shirt perfekt „getarnt“. Unter Menschen zu sein, die die gleiche Musik lieben, ist ein unvergleichliches Gefühl. Während jedoch viele damit berschäftigt sind, die halbe Show auf ein paar Pixel ihres Smartphones zu bannen, bewundere ich Liberatos Dance Moves, lausche seinem Gesang, der live nicht mit Autotune verfremdet ist, sondern ganz echt klingt und werde mir bewusst, dass ich das alles gerade wirklich erlebe. Bekannte Songs werden in Remixen gespielt, die ich vorher noch nicht kannte und die die Fans zum Ausrasten bringen. Wie immer, wenn man ein Flow-Erlebnis hat, ist alles ganz schnell nach nur knapp 90 Minuten vorbei-bye-bye. Die Menge singt, um Liberato auf die Bühne zurückzuholen, aber niente, ein sang- und klangloser Abgang ohne Überraschungen, die Lichter gehen an und dann ist klar: è tutto finito.

Vielleicht hätte eine Überraschung drin sein können, irgendeine Hommage an den SCC Neapel, der vor kurzem nach 33 Jahren zum ersten Mal die italienische Meisterschaft gewonnen hat oder irgendein neues Lied, schließlich liegt das Erscheinen des letzten Album eine Weile zurück. Aber es ist auch nicht verwunderlich, dass Liberato mal wieder mit den Erwartungen seines Publikums spielt. Vielleicht plant er die nächste Überraschung für genau den Moment, wenn die Aufmerksamkeit am geringsten ist, z. B. nach der Tour — oder gar nicht, denn unsere Lieblingskünstler*innen schulden uns nichts. Ich übe mich in Dankbarkeit für die Musik, die wie ein Geschenk veröffentlicht wurde, und die ich überraschenderweise nicht weit von meinem Wohnort entfernt live erleben durfte. Auf jeden Fall haben die drei Liberato-Vertreter auf der Bühne am meisten von allen geschwitzt, vielleicht zu sehr, um sich für eine Zugabe zu erbarmen.

Draußen bahne ich mir meinen Weg durch Menschenansammlungen, die weiterfeiern, ein paar Jungs, die singen: Siamo i campioni d‘Italia und fortsetzen, was Liberato nicht beendet hat. Und weil ich es für sehr unwahrscheinlich halte, dass Liberato ständig nach Berlin kommen wird, entscheide ich mich spotan dafür, am nächsten Abend zum zweiten Konzert zu gehen. Ich bin viel entspannter und erlebe die Show viel näher an der Bühne. Die gleiche Setlist noch einmal zu hören, ist dadurch ein anderes Erlebnis. Nach doppelter Aufwärmübung kann ich bis zum nächsten Konzert in Neapel vielleicht sogar lückenlos mitsingen. Non ti scordar di me, ce verimm‘ a Napule.

Art Days 2022: Mein allererster eigener Stand!

Das Aniversum live und in Farbe!

Vor ein paar Tagen ist Realität geworden, was vor einem Jahr noch ein Traum und vor einigen Jahren undenkbar war: Ich habe zum ersten Mal meine Kunst auf einer Convention gezeigt. Wochenlang habe ich Motive druckreif vorbereitet, Karten und Sticker bestellt, Material gesammelt, um meinen ersten kleinen Stand herzurichten. Etwas, das man lange Zeit in seinem stillen Kämmerlein betreibt, zum ersten Mal der Öffentlichkeit zu präsentieren, kann ganz schön nervenaufreibend sein. Doch es hat sich gelohnt!

Rückblickend hätte es für mich keinen besseren ersten Kunstmarkt geben können als die Leipziger Art Days. Zwei Jahre lang war ich begeisterte Besucherin, immer mit dem Hintergedanken: „Da wäre ich auch gern mal dabei!“ Dieses Jahr war es endlich soweit. Nachdem ich vor einiger Zeit beschlossen hatte, mich intensiver meinem kreativen Schaffen zu widmen, war es der nächste logische Schritt, mich auch offline zu zeigen, zumindest in meiner eigenen Stadt, in einem Rahmen, den ich als Besucherin schon gut kannte und der mir von der Größe und der Location her zusagte. Sich eine Online-Präsenz aufzubauen, ist die eine Seite. Der persönliche Kontakt und die Teilnahme am lokalen (Kunst-)Geschehen ist für mich eine neue, wichtige Erfahrung, die mir mehr gegeben hat, als ich mir im Vorfeld ausmalen konnte.

Es war so spannend und wundervoll den Moment mitzuerleben, wenn jemand vor meinen Werken stand und sich dafür entschied, eine Karte oder einen Sticker zu erwerben. Auch alle positiven Kommentare und mitgenommenen Visitenkarten haben mich riesig gefreut. Dass ich alle beiden Tage einigermaßen entspannt an meinem Stand verbringen konnte, ist hauptsächlich der umfassenden Unterstützung zu verdanken, die ich von Freunden und Familie bekommen habe. Für uns alle war war es ein besonderes Erlebnis, einen Kunstmarkt mal von der anderen Seite als Aussteller zu erleben. Im Übrigen bin ich unheimlich froh darüber, dass ich die Art Days als ersten Markt auserkoren habe, auf dem ich mich präsentiert habe. Nicht nur bietet die Moritzbastei eine wunderschöne Kulisse, wo es sich gut viele Stunden aushalten lässt, auch das Publikum war durchweg wohlgesinnt, entspannt, wertschätzend und unkompliziert, einfach so, wie man es sich wünscht. Auf der tollen Erfahrung bei den Art Days möchte ich auf jeden Fall aufbauen. Momentan bleibt nur zu sagen: Ein großes Danke und bis zum nächsten Mal!

Im Land der ewigen Sommersonne

Auf in den Norden! Zwölf Tage war ich mit meinem Bruder im Südwesten von Norwegen unterwegs. Wir wollten dorthin, wo die Landschaft von den Fjorden geprägt ist, raus in die Natur, aber noch in der Nähe der Stadt Bergen. Gelandet sind wir in Norheimsund, einem 4500-Seelen-Dorf, einem der bedeutendsten Orte am Hardangerfjord. In Norwegen sind die Dimensionen anders: wenig Menschen und beeindruckende Natur soweit das Auge reicht.

Erster Blick von unserer Terrasse: Hei, Norheimsund!

Unsere Unterkunft liegt gut versteckt auf dem Berg, natürlich inklusive einer schmalen Zufahrtsstraße in Serpentinen, die wir, egal ob per Mietauto oder zu Fuß, immer unter den neugierigen Blicken der Schafe passieren, die hier auf den saftigen, von Bächen durchzogenen Wiesen am Straßenrand weiden.

Am Steinsdalsfossen mit Blick Richtung Norheimsund – und einem kleinen Stückchen Regenbogen.

Unten am Beginn unserer Straße liegt der Steinsdalsfossen, einer der meistbesuchten Wasserfälle Norwegens. Er sieht nicht nur malerisch aus; auf einem kleinen Weg kann man unter dem Wasserfall hindurchgehen, ohne nass zu werden. Unter oder direkt vor den mächtigen Wassermassen zu stehen, die in die Tiefe fallen, fühlt sich unglaublich erfrischend an. Die kalte, tröpfchengeladene Luft auf der Haut zu spüren, hat etwas befreiendes.

Velkommen til Omastranda!

Zu Beginn unserer Reise ist das Wetter vielversprechend und beschert uns ein paar warme Sonnentage mit klarer Sicht. Wir erkunden die Umgebung auf vier Rädern und, wann immer mein Bruder eine geeignete Wanderroute ausfindig macht, zu Fuß. Sich in Norwegen in die Natur zu verlieben, ist wirklich unvermeidbar: An allen Berghängen sprudelt es, Wasserfälle tropfen in Rinnsalen vom Fels oder mit tosenden Massen ins Tal, werden zu reißenden Flüssen, die in den Fjord münden. Das Meerwasser des Fjords ist türkis wie im Süden, doch im Hintergrund thronen die Berge, bedeckt von Schneeflecken, denen die Sonne im Juni (noch) nichts anhaben kann.

Entlang unserer Erkundungstouren am Ufer des atemberaubenden Hardangerfjords kommen wir in das Mini-Dorf Oma – auf Norwegisch wahrscheinlich ein völlig unauffälliger Name. Direkt vor der Küste liegt die malerische kleine Insel Omaholmen.

Die Straßen wurden der Landschaft angepasst, nicht umgekehrt. Regelmäßig passieren wir Tunnel und Straßenabschnitte, die so eng werden, dass nur vorausschauendes Fahren und Anhalten bei Gegenverkehr möglich ist. Aber dafür ist Zeit. Im Sommer sowieso genügend für alles, denn es fühlt sich an, als würden die Tage nie enden. Die Sonne geht gegen elf Uhr abends irgendwo hinter den Bergen unter; selbst danach wird es nur leicht duster, nie tiefdunkel. Die Nacht, die den Winter unerbittlich beherrscht, macht im Sommer in großen Teilen des Landes einen ausgedehnten Urlaub.

Ein Regentag am Hardangerfjord…

In Norwegen lässt es sich besser atmen. Die Luft ist merklich frischer. Doch die Nähe zur Küste macht das Wetter in unserer Gegend unberechenbar. In diesen Genuss kommen wir einige Tage später, als der Sommer plötzlich beschließt aufzuhören und Berge und Fjord in geheimnisvollen Wolkennebel hüllt. Abwechselnd besuchen uns Niesel- und Starkregen, zwischendurch hellt der Himmel kurz auf, um einer neuen Regenwolkenfront Platz zu machen. Danach scheint die Landschaft zu dampfen und die Luft ist schwül.

…und noch ein Regentag, denn das Wetter möchte möglichst authentisch sein.

An einem dieser verregneten Tage fahren wir raus aus dem Gebirge zum offenen Meer. Die Fahrt geht über Bergen (die Stadt) und dann ein großes Stück nach Norden über viele kleine Inseln mit vielen runden Brücken. Die Landschaft ist hier noch sehr felsig, aber viel schroffer und rauer. Auf unserem Weg kommen wir immer wieder durch Ein-paar-Seelen-Dörfer.

Das offene Meer bei Hellesøy…

Neben einer Kirche führt hinter einem Weidengatter ein unscheinbarer Weg, der mehr oder weniger mit Steinen markiert ist, über die schroffe Landschaft in Richtung Meer. Wir hüpfen von Stein zu Stein, der Weg ist vom Regen – und allerlei Ziegenkot – stark in Mitleidenschaft gezogen. Am Meer angekommen, eröffnet sich vor uns ein felsiges, wildschönes Panorama. An einer größeren Stelle, wo die Felsen ein wenig flacher ins Meer führen, haben einige Besucher vor uns kleine Steintürme errichtet, die unbeeindruckt in den Himmel ragen und lautlos sagen: Ich war hier und bleibe.

…und ein Teil des Wanderpfades dorthin.

Unterwegs mit dem Auto fragt mein Bruder oft alle paar Kilometer: „Willst du hier mal anhalten und ein Foto machen?“ Denn die Natur ist hinter jedem Berg von Neuem beeindruckend. Ich entdecke alle möglichen Wasserfälle, will sie alle einfangen, doch die Bilder werden ihnen nie ganz gerecht, denn die Weite des Fjordes, die Höhe der Berge, die Kühle der Luft, den Geruch des Regens, den Strom des Wassers, die Tiefe des Meeres und der Wälder, die Stille der Seen, die spürt man nur vor Ort.

Bergsee bei Jondal.

Trotz der nicht enden wollenden Wolkendecke und des häufigen Regens in unserer zweiten Urlaubshälfte, sind wir so gut wie jeden Tag draußen unterwegs, erhaschen lokale Regenpausen, ziehen uns herbstlich an, laufen auch bei Wind und Niesel durch die Landschaft.

Wilde Natur am Wanderweg in einer Ferienhaussiedlung.

Einen Tag lang geht’s in die Stadt Bergen. Der Himmel ist wolkenverhangen, aber hält durch – in der regenreichsten Stadt Europas ist das ein Glücksfall. Mit seinen knapp 287.000 Einwohnern ist Bergen die zweitgrößte Stadt Norwegens und kulturell ganz schön bedeutend. Da zeitgleich zu unserem Stadtrundgang auch der CSD stattfindet (sogar die Busse fahren mit kleinen Regenbogen-Flaggen auf ihren Dächern!) ist die Innenstadt drängend voll. Wir verschaffen uns einen Überblick vom Hafen und den berühmten bunten Bryggen-Häusern. Dann kaufen wir ein One-Way-Ticket für die Standseilbahn, die auf den Fløyberg hinaufführt – einen der sieben Bergener Berge, die die Stadt umgeben. Hier oben haben wir nicht nur eine wunderbare Aussicht auf das komplette Stadtpanorama, sondern nutzen auch ein paar der kleinen Wanderrouten, die auf dem Berg verlaufen. Anschließend wandern wir bergab, immer mit Blick auf die Stadt, die uns langsam näherkommt.

Die Fløybanen kriecht auf den Fløyfjell hinauf.

Wieder bei uns in Norheimsund entdecke ich an der Hauptstraße, die vor unserem Wasserfall verläuft, eine alte, hübsch hergerichtete Telefonzelle. Außen erklärt ein Plakat: Ta en bok, gi en bok – Nimm ein Buch, gib ein Buch. Ich trete ein. Das alte Telefon ist noch immer erhalten und museumswert gepflegt. Daneben erstreckt sich von oben nach unten ein Regal mit mehreren Bücher-Reihen. Alle auf Norwegisch. Ich nehme eines der Bücher in die Hand, den Drageløperen von Khaled Hosseini.

Büchertausch-Telefonzelle mit dem Steinsdalsfossen im Hintergrund

Ich blättere einmal kurz durch und diese Sprache, die dem Deutschen so seltsam ähnlich und doch so fremd ist, springt mir entgegen. All diese Wörter mit ihren eigensinnigen nordischen å, ø und æ üben eine ungeahnte Anziehungskraft aus. Darf ich dieses Buch mitnehmen? Ich habe keins zum Tauschen dabei und obwohl ich meistens nicht abergläubisch bin, wage ich es nicht es mitzunehmen, ohne dafür ein anderes in die Lücke zu stellen, die es hinterlassen würde.

Ha det bra, Norge!

Wie es am Ende so vieler Urlaube der Fall ist, haben wir von Norwegen einen Eindruck bekommen, der Lust auf mehr macht. Für mich war es das perfekte Ziel für die erste Auslandsreise nach langer Zeit. Norwegen ist ein Land, in das es sich lohnt, immer wieder zurückzukehren – ein Fleck Erde, an dem alle weltlichen Normen und Alltagssorgen verblassen, weil die Natur so schön ist, dass ich wünschte, sie immer um mich zu haben, um mehr bei mir zu sein.

Du kan reise så langt du vil,
Du kannst reisen so weit du willst,
du kan velge en egen vei
du kannst einen eigenen Weg wählen
gjennom skog, over hav og fjell.
durch Wälder, über Meere und Berge.

Når verden er for stor
Wenn die Welt zu groß ist
og stien er alt for bratt
und der Pfad viel zu steil,
kan du vende blikket mot Nord.
kannst du den Blick gen Norden richten.

Stjernestøv [Aurora]

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